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Dal 1979, Ghirri inizia ad utilizzare una macchina destinata ad un fine più commerciale e quotidiano che artistico: la Polaroid. Eppure in quegli anni, molti fotografi di caratura mondiale, a partire da Kertész, sperimentano lo stesso mezzo. La fascinazione per la Polaroid sta nell'immediatezza nel riscontro dello scatto e nell'eliminazione del negativo e quindi della camera oscura dal processo fotografico. I colori dell'apparecchio, inoltre, essendo magnificamente infedeli, accentuano il tono melanconico e surreale dell'istantanea.
Il binomio Luigi Ghirri/Polaroid, dunque, eleva esponenzialmente nello spettatore il tasso di nostalgia che si prova nell'ammirare una fotografia. Tanto più che Ghirri decise di far suo il mezzo Polaroid proprio quando iniziava ad affacciarsi nel mondo un nuovo tipo di tecnologia, quella del microchip e dei pixel. Il fotografo all'epoca non poteva saperlo, ma sarà proprio l'informatica a trent'anni di distanza a decretare il fallimento dell'industria Polaroid. Infatti, quest'ultima sarà costretta a chiudere i battenti sotto i colpi dei colossi digitali che negli ultimi anni spadroneggiano nel mercato della fotografia.
Possiamo dire allora che le Polaroid di Ghirri, in questa fase storica, assumono un ulteriore grado di poeticità: non solo il loro soggetto è ciò che è in mutazione, ciò che a breve potrà cambiare; ma anche il materiale di cui sono fatte presto non sarà più reperibile. Esse sono le rappresentanti contingenti di un preciso momento, di un periodo che non esisterà più.
Matteo D'Antonio
Galleria Ca' di Fra'
via Carlo Farini 2, Milano
dal 5 Febbraio al 15 Marzo 2009