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giovedì 15 aprile 2010

Pulitzer I




Matteo D'Antonio
scrive:

Gentile Michele Smargiassi,

leggo sempre con piacere i suoi interventi in questo blog. Le scrivo a proposito della fotografia di Mary Chind. Ha ragione, il Premio è stato assegnato grazie alla professionalità della fotografia. Ma, a mio parere, c’è di più: lo scatto vincitore possiede una stretta relazione con la storia dell’arte ed è in grado di richiamare addirittura il Giudizio Universale michelangiolesco. Il Pulitzer, quindi, sarebbe stato assegnato non solo grazie al sapiente svolgimento del mestiere da parte di Mary Chind, ma anche (e fortunatamente) all’alta formazione artistica della fotografa.

Cordialmente,
Matteo D’Antonio

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Michele Smargiassi scrive:

@Matteo
Il parallelo col Giudizio di Michelangelo è azzeccato e le faccio i complimenti per l’acume. Ma quell’assonanza sta quasi tutta nell’occhio acuto di chi guarda l’immagine (in questo caso lei e, ora, anch’io). Dubito che la brava Chind abbia atteso per scattare che i corpi del drammatico evento coincidessero con la figurazione della Sistina. Sono propenso a credere, invece, che quell’accostamento colto abbia funzionato consapevolmente o inconsciamente in fase di selezione fra i numerosi fotogrammi che la fotografa ha sicuramente mitragliato. In ogni caso siamo di fronte alla “scoperta” di una forma significante e non alla sua deliberata programmazione (come poteva essere in una foto di studio). Tutto questo porta acqua al mulino che mi ossessiona un po’, ovvero: è la macchina fotografica che compone, più ancora che il fotografo. Grazie per il contributo
Il Fotocrate

sabato 12 settembre 2009

Willy Ronis, morte di un gigante della fotografia umanista


Si è spento la scorsa notte a Parigi all'età di 99 anni Willy Ronis, celebre rappresentante della corrente umanista e insieme con Doisneau, Cartier-Bresson, Erwitt, uno tra i più significativi fotografi del Dopoguerra francese.
Nato nel 1910 nella capitale, Ronis iniziò la sua carriera a 16 anni e grazie allo studio fotografico ereditato dal padre potè occuparsi della sua grande passione fotografica per la quale aveva lasciato gli studi musicali. Un anno dopo acquistò la sua prima Rolleiflex e diventò amico di Robert Capa. Legato al Partito comunista, figlio di un rifugiato ebreo scappato da Odessa, Ronis si era affezionato ai temi sociali, attraverso reportage pubblicati in giornali e periodici dove spesso gli operai erano i principali protagonisti. Conosciuto anche per i suoi delicati nudi femminili, tra i quali il più celebre è sicuramente Le Nu Provencal del 1949, fu il primo fotografo francese a collaborare con il magazine statunitense Life. In seguito alla morte del padre, avvenuta nel 1949, Ronis chiuse lo studio ed entrò a far parte dell'agenzia Rapho, insieme con Brassaï, Robert Doisneau e Ergy Landau. Ottenne la medaglia d’oro alla Biennale di Venezia del 1957, mentre nel 1980 fu l’invitato d’onore agli Rencontres Internationales de la Photographie di Arles, dove vinse il Prix Nadar. Nel 2008 fu insignito della Legion d’Honneur. Nel 1983 aveva donato con effetto post mortem le sue opere allo stato francese. La Oxford Companion to the Photograph l'ha definito "il fotografo di Parigi per eccellenza".

Marco Pepe

giovedì 19 marzo 2009

Tutto in bianco e nero a parte il sole


La prima fotografia, Mario Giacomelli l'ha scattata a 27 anni. Come a dire, non è mai tardi per scoprirsi uno dei più grandi fotografi italiani. Non a caso, la sua opera è in esposizione al Centro forma di Milano, fino al 22 marzo.
La prima parte racconta la semplice gente italiana de "La buona terra" con volti che sembrano usciti da "I mangiatori di patate" del primo Van Gogh. Un esempio di "verismo" fotografico: gli occhi di Giacomelli trasformano in immagini reali racconti e personaggi di Pasolini e Verga.
Poi, sempre con la dolcezza del bianco e nero in primo piano, è il turno del reportage da Lourde, che, in quelle code infinite di ammalati (immigrati), fa tornare alla mente i nostri (molto meno romantici) Centri di Permanenza Temporanea (il tema della migrazione, d'altra parte, torna spesso tanto in Giacomelli quanto nelle cronache dei nostri giorni).
Giacomelli è anche fotografia di posa, delicata e emozionante, come nel fotoromanzo "Un uomo, una donna, un amore" e fotografia artistica, come nella famosa serie dedicata ai preti. Amava immortalare questi ultimi, le suore e i pretini, soprattutto per giocare con il contrasto tra le tonache nere e gli sfondi bianchi. La stessa ricerca vale per gli scatti dell'Ospizio e di Scanno (in Abruzzo), con i vecchietti di paese e le donne apparantemente sempre in lutto.
Inoltre, Giacomelli ha dedicato gran parte della sua carriera alla descrizione ossessiva della natura, tentando con insistenza di conoscerla e afferrarla completamente, in paesaggi che sono radiografie, che sono evidenziatori.
Oltre che fotografo e pittore, era anche poeta e lo dimostrano i bellissimi titoli dei suoi percorsi fotografici: "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" (l'Ospizio), "Io non ho mani che mi carezzino il volto" (i preti), "Il volo lento delle farfalle" (astratto). Ma l'amore per i versi si concretizza soprattutto nelle serie dedicate a tre poesie: A Silvia (Leopardi), Il ritorno (Caproni) e, infine, Canto dei nuovi migranti (Costabile) - meravigliosa per i migranti, i figli di migranti e per tutti gli altri -.
Assieme a Gardin, un grande rappresentante della fotografia italiana nel mondo.

Francesco Carrubba

mercoledì 18 marzo 2009

Drop Bush, not bombs


(Appendice ad un articolo ancora inedito - L'America)

Con un ottimo eco pubblicitario, si è aperta qui a Parigi la retrospettiva del famoso fotografo statunitense David Lachapelle. La sua opera è intrinsecamente connessa all'american way of life per la sua feroce e mai celata critica al mondo della fotografia di moda e pubblicitaria e a tutto ciò che ad esso è connesso. Mi piacerebbe prendere in esame solo due sale dell'esposizione.

Innanzitutto, quella che più esplicitamente palesa la disapprovazione nei confronti dell'ipocrisia americana, Recollections (2006): Lachapelle ha acquistato su Ebay alcune fotografie scattate da anonimi verso la fine degli anni '70, rappresentanti scene di vita comune e, anzi, stereotipica negli Stati Uniti (feste in casa, ritratti di famiglia, pose sul sofà, barbecues, etc etc) per poi inserire tramite fotomontaggio degli elementi che ne stravolgessero il senso. Ecco che allora, la calma nonnina seduta a fianco dei soggetti principali non riesce a trattenere un esplosivo conato di vomito, l'alcool servito alle festicciole si spreca e uomini nudi fungono da tavolino. Ma non solo: il marchio compare più potente che mai sulle lattine di birra e sulle magliette delle anziane signore: Bush kills. Drop Bush, not bombs.

La seconda sala di cui vorrei parlare è quella iniziale, dove troneggia una delle opere più conosciute di Lachapelle, La pietà: Courtney Love stringe tra le braccia un Kurt Cobain morente (logicamente, un modello sosia), mentre loro figlio gioca angelicamente ai loro piedi. La mostra, espone anche il video del backstage di quest'opera che ha per colonna sonora l'Hallelujah cantata da Jeff Buckley. Tutto quest'insieme ha la capacità di catapultare il visitatore/spettatore nel clima grunge dei 90s americani. Ma non solo: mi sembra che proprio in La pietà, oltre a collegare il sacro al profano, Lachapelle riesca ad unire una forte critica a un trasparente amore per la propria nazione e per quello che essa rappresenta. E la vicinanza e la distanza tra Europa e America.

Matteo D'Antonio

sabato 7 marzo 2009

Elisabeth and I


A. Kertész, Elisabeth and I


André e Erzsébet si incontrarono per la prima volta a Budapest nel 1919 e cominciarono a frequentarsi nella loro Ungheria del dopoguerra. André aveva già iniziato a fotografare da anni ormai, consacrando la sua attività dapprima per le strade e poi sul fronte di combattimento. Non ci sono molte notizie su Erzsébet e quindi non si può far altro che immaginarsela come una ragazza semplice e piena di entusiasmo. Quando André, nel 1925, decise di andare a Parigi per lanciare definitivamente la sua carriera fotografica, Erzsébet non si scoraggiò e iniziò una relazione epistolare col suo amato. Purtroppo, André, immerso completamente nel fermento artistico della Parigi di quegli anni, dopo qualche tempo non rispose più alle lettere di Erzsébet e si dimenticò poco a poco di lei. Nel 1928 sposò Rószi Klein, che introdusse alla fotografia sotto lo pseudonimo di Rogi André. Il matrimonio però non decollò mai e i due si separarono due anni dopo per divorziare definitivamente nel 1932. Durante un viaggio in Ungheria, André scoprì che invece Erzsébet non aveva mai smesso di scrivergli. I due si riavvicinarono pian piano, finché lei non decise di trasferirsi a Parigi con André e diventare così sua moglie.

Quel che rimane di quell'epoca è uno autoscatto intitolato Elisabeth and I: la coppia posa dinanzi all'apparecchio fotografico. La mano del fotografo si appoggia alla spalla della donna. Lo sguardo di entrambi è doloroso e allo stesso tempo sorridente.

Nel 1936 André e Elisabeth si trasferirono a New York, dove il mercato della fotografia andava allargandosi sempre più. Elisabeth iniziò un'attività commerciale mentre André faceva non poca fatica a trovare un posto di rilievo nel settore fotografico americano. I due vissero in ristrettezze economiche e il rapporto cominciò ad incrinarsi, tanto che Elisabeth venne a legarsi sempre più con il finanziatore del suo negozio. Erano gli anni '60: André riprese il vecchio negativo del 1933 e iniziò a rielaborarlo, a tagliarlo. Il risultato finale fu l'inquadratura di mezzo volto di Elisabeth e della mano destra di Andrè sulla di lei spalla. L'ingrandimento permette di notare a fondo lo sguardo consunto di Elisabeth e la mano di André corrosa dagli acidi del laboratorio fotografico. Una fotografia che anche senza conoscere tutta la storia che sottende, fa impattare con una malinconia disarmante.

Elisabeth morirà di cancro nel 1977. In quegli anni André, invecchiato, aveva molte difficoltà ad uscire dal suo appartamento di New York. Si dedicò alla fotografia Polaroid, riprendendo in mano ancora una volta la vecchia foto con la moglie e facendone uno dei soggetti principali e quasi ossessivi dei suoi ultimi scatti.

Matteo D'Antonio

martedì 24 febbraio 2009

Luigi Ghirri - Polaroids


Luigi Ghirri è stato uno dei più importanti fotografi italiani e, sicuramente, uno dei più innovativi. Le sue fotografie di paesaggio, diventate famose grazie ai libri da lui pubblicati e soprattutto grazie alla realizzazione della mostra collettiva Viaggio in Italia del 1983, lasciano senza fiato. Quegli scatti, che immortalano un'Italia provinciale e in continuo mutamento, rappresentano nel modo più alto la consapevolezza del fotografo di far divenire l'oggi ieri: attraverso l'obiettivo dell'apparecchio fotografico, il presente diventa passato. I suoi paesaggi, incarnazioni di una greve levità, riportano sempre i segni della presenza umana anche se essa raramente si palesa sotto forma di figura o di silhouette.

Dal 1979, Ghirri inizia ad utilizzare una macchina destinata ad un fine più commerciale e quotidiano che artistico: la Polaroid. Eppure in quegli anni, molti fotografi di caratura mondiale, a partire da Kertész, sperimentano lo stesso mezzo. La fascinazione per la Polaroid sta nell'immediatezza nel riscontro dello scatto e nell'eliminazione del negativo e quindi della camera oscura dal processo fotografico. I colori dell'apparecchio, inoltre, essendo magnificamente infedeli, accentuano il tono melanconico e surreale dell'istantanea.

Il binomio Luigi Ghirri/Polaroid, dunque, eleva esponenzialmente nello spettatore il tasso di nostalgia che si prova nell'ammirare una fotografia. Tanto più che Ghirri decise di far suo il mezzo Polaroid proprio quando iniziava ad affacciarsi nel mondo un nuovo tipo di tecnologia, quella del microchip e dei pixel. Il fotografo all'epoca non poteva saperlo, ma sarà proprio l'informatica a trent'anni di distanza a decretare il fallimento dell'industria Polaroid. Infatti, quest'ultima sarà costretta a chiudere i battenti sotto i colpi dei colossi digitali che negli ultimi anni spadroneggiano nel mercato della fotografia.

Possiamo dire allora che le Polaroid di Ghirri, in questa fase storica, assumono un ulteriore grado di poeticità: non solo il loro soggetto è ciò che è in mutazione, ciò che a breve potrà cambiare; ma anche il materiale di cui sono fatte presto non sarà più reperibile. Esse sono le rappresentanti contingenti di un preciso momento, di un periodo che non esisterà più.


Matteo D'Antonio


Luigi Ghirri – Polaroids
Galleria Ca' di Fra'
via Carlo Farini 2, Milano
dal 5 Febbraio al 15 Marzo 2009