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lunedì 1 marzo 2010

Carriole

L'Aquila, 28/2/10

mercoledì 8 luglio 2009

Sopra la panca la capra camp



Qualche anno fa diedi un esame di Critica e Teoria della Letteratura dedicato al postmoderno. Tra i testi in programma figurava anche il mitico Cesarani R., Raccontare il postmoderno, Bollati Bolinghieri, Torino 1997. Lo lessi con passione e scoprii di essere e di essere sempre stato in tutto e per tutto postmoderno. Ma non è di me che voglio parlare.

Oggi, accendo il computer, mi collego ad internet, navigo un po', mi ritrovo su Repubblica.it. Mi interesso ad un articolo in particolare. Titolo: "Yes we camp! La protesta dei terremotati a L'Aquila". Più che un pezzo scritto, sono diverse fotografie rappresentanti la manifestazione organizzata da alcuni comitati de L'Aquila e concretizzata tramite un'enorme scritta in lettere di plastica bianche apparsa sulla collina di Roio, nei pressi del capoluogo abruzzese. Riprendono chiaramente e in modo intelligentemente ironico lo slogan utilizzato da Barack Obama durante la sua scorsa campagna elettorale.

Subito la mente mi scivola verso i vaghi ricordi di quell'esame sostenuto in una mite Primavera di tre/quattro anni or sono, quando avevo studiato praticamente a memoria la definizione di camp . Copio e incollo:

«Quello del camp è un caso esemplare. La parola, come si sa, deriva dal gergo omosessuale maschile, e indica una banalità, una mediocrità, un artificio, un'ostentazione così estremi da riuscire divertenti o da avere un appeal profondamente raffinato, l'affettazione e l'apprezzamento di modi e gusti che comunemente sono considerati stravaganti, volgari o banali. (Questi tre ultimi aggettivi mi fanno subito pensare ad un uomo molto camp quale Mike Bongiorno. Non ci ho potuto fare nulla, appena li ho letti non sono riuscito a non pensare a lui. Ndr). Andrew Ross ha osservato che l'effetto camp deriva non solo da un senso aristocratico e teatrale di raffinatezza e ironia, ma anche da un sentimento di nostalgia e impotenza. Esso è reso possibile "ogni volta che un oggetto creato secondo un modo di produzione assai più antico e ormai privato del potere di dominare i significati culturali diventa disponibile nel presente, per essere ridefinito secondo le modalità del gusto contemporaneo"».

In questo senso i terremotati dell'Abruzzo (e perché no? tutti i terremotati) hanno un non so che di camp. E allora per forza che ho molta più stima per loro che per tutti i leader venuti a commuoversi tra le macerie: questi ultimi di camp non hanno proprio nulla.

Matteo D'Antonio



giovedì 9 aprile 2009

Quattro


Sono ancora quattro gli studenti - tutti fuori sede, tutti assegnisti di borse di studio - intrappolati sotto le macerie dello studentato dell'Aquila. C'è uno sconforto più tremendo, più straziante, privato per questo dramma del dramma, per una tragedia che non vale niente di più e niente di meno delle migliaia di altre che il terremoto in Abruzzo ha generato domenica notte. E' un dramma di futuri ora impossibili, di futuri negati. Possibilità chiuse, abolite. E' la conclusione estrema e tremenda di un percorso che si fa improvvisamente maceria, crollo, fine. E' il dramma di chi è partito per studiare, per fare futuro, e si ritrova, corpo o sopravvissuto, nella sospensione ineluttabile del calcestruzzo che si spezza, del cemento armato che improvvisamente non serve a nulla, nelle macerie che sono sempre simbolo di passato e fine. E' la tragedia di un palazzo che non doveva crollare, che era stato costruito per non crollare, che era stato costruito per contenere futuri. Ma è venuto giù. Scricchiolando da giorni, agonizzando. Giù con il futuro dentro. Futuro che ora sta lì sotto, giù, in quattro parti. Con la rabbia inutile dei miei vent'anni, che sono anche i loro.

Philip Di Salvo